L’esplorazione della storia dell’idea di pazienza mette in evidenza il nesso fra questa nozione e la tematizzazione del corpo non come concetto, bensì come vissuto. La pazienza si inscrive nel tempo della vita e del corpo, nel tempo che siamo, fatto di lentezza e gradualità, di durata, di maturazione e di invecchiamento, di affaticamento, di stanchezza e di imprecisione, di vulnerabilità e di mortalità. La pazienza fa emergere il significato del corpo come “fondo biologico” inteso non quale determinazione naturalistica (il DNA dei genetisti, il corpo organico), bensì come punto di resistenza individuale, come esserci propriamente mio. Il mio corpo è l’unicità della mia carne e della sua storia, diverso da tutti gli altri e quindi irriproducibile e insostituibile sia dal mercato dei desideri, sia dall’universalità del concetto, sia dalla generalità dei valori di una cultura. Come tale la pazienza, ossia al di là della sua collocazione tradizionale quale virtù minore nell’ambito delle dottrine morali o religiose della cultura occidentale, registra il conflitto con il tempo del mondo e con l’accelerazione e la velocità tipiche della modernità. Appare evidente la sua inattualità rispetto al “ritmo impaziente della vita moderna”(Simmel) e all’ideale di istantaneità alimentato dagli sviluppi della razionalità strumentale e della tecnica. La concezione della pazienza è influenzata dalla doppia matrice del mondo classico e di quello biblico. Nel mondo classico la pazienza è connessa principalmente con la sfera della spazialità corporea (il corpo del guerriero), declinata come inerzialità e conquista di una condizione di indifferenza e di imperturbabilità (il corpo del saggio) (pazienza anestetica). Nella tradizione biblica, invece, la pazienza mostra direttamente la sua matrice temporale e la connessione di questa con l’inevitabile e indifendibile esposizione del corpo (il corpo del martire). Essa non è tanto la virtù dell’attesa, ossia dell’aspettativa di qualcosa, come il suo legame con la speranza potrebbe far intendere (pazienza escatologica), quanto la disciplina dell’attenzione (l’antidoto dell’accidia, il corpo del monaco) e, quindi, la comprensione della mortalità quale condizione comune dei viventi e piena responsabilità nei confronti del tempo vissuto (inquieta pazienza), disponibilità alla relazione con gli altri e presupposto per aver “cura” del mondo (compassione).

Corpo di pazienza

TAGLIAPIETRA , ANDREA
2016

Abstract

L’esplorazione della storia dell’idea di pazienza mette in evidenza il nesso fra questa nozione e la tematizzazione del corpo non come concetto, bensì come vissuto. La pazienza si inscrive nel tempo della vita e del corpo, nel tempo che siamo, fatto di lentezza e gradualità, di durata, di maturazione e di invecchiamento, di affaticamento, di stanchezza e di imprecisione, di vulnerabilità e di mortalità. La pazienza fa emergere il significato del corpo come “fondo biologico” inteso non quale determinazione naturalistica (il DNA dei genetisti, il corpo organico), bensì come punto di resistenza individuale, come esserci propriamente mio. Il mio corpo è l’unicità della mia carne e della sua storia, diverso da tutti gli altri e quindi irriproducibile e insostituibile sia dal mercato dei desideri, sia dall’universalità del concetto, sia dalla generalità dei valori di una cultura. Come tale la pazienza, ossia al di là della sua collocazione tradizionale quale virtù minore nell’ambito delle dottrine morali o religiose della cultura occidentale, registra il conflitto con il tempo del mondo e con l’accelerazione e la velocità tipiche della modernità. Appare evidente la sua inattualità rispetto al “ritmo impaziente della vita moderna”(Simmel) e all’ideale di istantaneità alimentato dagli sviluppi della razionalità strumentale e della tecnica. La concezione della pazienza è influenzata dalla doppia matrice del mondo classico e di quello biblico. Nel mondo classico la pazienza è connessa principalmente con la sfera della spazialità corporea (il corpo del guerriero), declinata come inerzialità e conquista di una condizione di indifferenza e di imperturbabilità (il corpo del saggio) (pazienza anestetica). Nella tradizione biblica, invece, la pazienza mostra direttamente la sua matrice temporale e la connessione di questa con l’inevitabile e indifendibile esposizione del corpo (il corpo del martire). Essa non è tanto la virtù dell’attesa, ossia dell’aspettativa di qualcosa, come il suo legame con la speranza potrebbe far intendere (pazienza escatologica), quanto la disciplina dell’attenzione (l’antidoto dell’accidia, il corpo del monaco) e, quindi, la comprensione della mortalità quale condizione comune dei viventi e piena responsabilità nei confronti del tempo vissuto (inquieta pazienza), disponibilità alla relazione con gli altri e presupposto per aver “cura” del mondo (compassione).
pazienza; corpo; tempo
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.11768/3239
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